Haida, la forza della tradizione
Haida, la forza della tradizione di Daniele Ricci

Tatuaggio Haida
Nonostante i drammi e le difficoltà scaturiti dal contatto con gli Europei, gli Indiani Haida originari delle isole Queen Charlotte hanno fatto della loro arte millenaria il principale mezzo di continuazione della propria cultura. La centralità dell’arte all’interno della società Haida è attestata sin dall’età primitiva. I manufatti che recano immagini araldiche antropo-zoomorfe costituiscono i principali tesori di famiglia, in quanto attestano il bagaglio dei titoli e delle conoscenze acquisite da parte di un lignaggio nel succedersi delle generazioni. I simboli, le formule cerimoniali segrete, i canti, i passi di danza, costituivano il patrimonio culturale di un lignaggio e degli individui che ne facevano parte e ne definivano la posizione sociale all’interno della comunità. Ogni individuo poteva acquisire ulteriori titoli derivanti da meriti personali oppure, nel periodo coloniale, da ricchezze accumulate. Tra le figure zoomorfe più rappresentate figurano il corvo e l’aquila, emblemi delle due metà in cui era divisa la nazione Haida. Ma le immagini Haida colpiscono principalmente per il loro carattere astratto. E’ quasi sempre impossibile infatti capire cosa rappresenti una raffigurazione. Esse sono costituite spesso da parti anatomiche umane e animali isolate e ricomposte senza badare alla resa realistica dell’immagine, dove spesso si possono riconoscere, grazie a codici di traslazione simbolica convenzionali, pinne dorsali per l’orca, code e denti per il castoro, un certo profilo di becco per l’aquila, un altro per il corvo e così via. In uno stesso disegno possono comparire diverse parti anatomiche di animali e esseri semi-umani. Lo stile richiama quello del vicino popolo Tlingit, ma tuttavia rispetto a questi ultimi si tende a una maggiore semplicità nelle colorazioni e allo stesso tempo a una più ricercata composizione. Per gli artisti Haida ogni superficie potenzialmente decorativa era adatta ad essere dipinta o incisa con gli emblemi araldici del proprio lignaggio. L’impianto iconografico era dipinto in tre colori: il nero per le linee principali, il rosso per le linee secondarie, e il blu, facoltativo, per gli occhi, le orecchie e ogni singolo

Tatuaggio Haida
elemento ovoidale. L’andamento delle linee è sempre curvilineo e il loro spessore non è mai costante. La ricerca dell’astrazione delle forme fino all’offuscamento quasi totale degli elementi simbolici contenuti nell’opera mostrava il valore e l’originalità dell’artista. Le insegne araldiche venivano anche tatuate su diverse parti del corpo e riprodotte sulle canoe, sugli oggetti di uso quotidiano e sui pali totemici. Questi ultimi rappresentavano dettagliatamente la storia e il retaggio del suo titolare. Erano posti davanti alle abitazioni e guardavano verso il mare, fonte di vita nonché luogo mitico di provenienza degli Haida. I pali totemici erano scolpiti nel legno e per la loro erezione era prevista l’istituzione di un potlatch, cerimonia nella quale si riuniva l’intera comunità per assegnare o confermare lo statuto raggiunto da un individuo, la costruzione di una casa, le contese, la commemorazione di un defunto e appunto l’erezione di un palo totemico. Gli animali raffigurati in un palo totemico non rappresentano la discendenza da un animale/antenato mitico, ma hanno legami pratici con il proprietario del totem riconducibili sia all’esperienza quotidiana che alla sfera mitica del clan. Le figure plastiche dei pali totemici sono maggiormente realistiche rispetto ai dipinti e alle varie decorazioni, anche se spesso vi sono rappresentate figure animali ibride.

Tatuaggio Haida
L’arte Haida denuncia il bisogno di rappresentare visivamente la continuità dei mondi umano e soprannaturale, oltre che la necessità di dichiarare visivamente il proprio rango e l’appartenenza a un determinato lignaggio piuttosto che a un altro. Tale continuità oltre che dai pali totemici è ben rappresentata anche dalle maschere. Queste assumevano una funzione centrale nelle cerimonie dedicate agli esseri soprannaturali, da cui dipendeva la sopravvivenza della specie umana, e nei rituali delle società segrete. Le maschere rappresentavano infatti gli esseri dei quattro mondi in cui era diviso l’universo Haida: il mondo sotterraneo, il mondo marino, il mondo degli uomini e il cielo. Nelle maschere che raffiguravano volti umani veniva ricercato un certo realismo, che avrebbe sancito il rango della persona che la indossava. Più il volto rappresentato dalla maschera era conforme alle fattezze reali maggiore era il rango di chi la possedeva. Le tipologie di maschere si dividevano in “maschera a volto singolo”, “maschera meccanica” e “maschera –metamorfosi”. Mentre la prima raffigurava un unico volto umano, la seconda era costituita da parti mobili (gli occhi, le palpebre, la mascella). Le “maschere-metamorfosi” invece rivelavano una seconda rappresentazione, solitamente un essere zoomorfo, tramite particolari meccaniche che ne consentivano la trasformazione durante le rappresentazioni cerimoniali.
Oggi l’arte Haida è viva e vegeta e rappresenta una delle principali fonti di sostentamento dei pochi nativi rimasti nel villaggio di Old Masset, nella parte settentrionale dell’Isola di Graham, grazie anche alla sua capacità di adattarsi al cambiamento dei canoni estetico-stilistici e dei materiali conseguiti dal contatto con i canadesi. Tra i più importanti artisti contemporanei vanno ricordati Bill Reid, famoso per aver reinventato le forme classiche Haida e per i suoi lavori in arte orafa, tra cui la nota Black Canoe realizzata in bronzo nel 1991; Robert Davidson, specialista della scultura in legno e discendente di quel Charles Edenshaw che sul finire del XIX secolo impedì che la tradizione Haida avesse fine e creò i presupposti che le assicurarono la necessaria continuità culturale con il passato; Jim Hart, a cui va dato il merito di aderire a schemi e canoni estetici tradizionali pur senza rinunciare alla sperimentazione individuale.
Daniele Ricci
























