Uno studio in verde di Neil Gaiman
Uno studio in verde di Neil Gaiman.
Traduzione di Stefano Bertone
1. Il nuovo amico
|
La Compagnia dello Strand Fresca di una stupefacente tournée europea durante la quale si è esibita davanti a numerose teste coronate d’Europa che l’hanno elogiata e acclamata per le sue magnifiche rappresentazioni teatrali che uniscono COMMEDIA e TRAGEDIA, la Compagnia dello Strand desidera rendere noto che si esibirà in aprile al Royal Court Theatre di Dury Lane per un PERIODO LIMITATO, presentando “Mio fratello gemello Tom!”, “La piccolissima venditrice di violette” e “Arrivano i Grandi Antichi” (quest’ultima una rappresentazione epico-storica incantevole e stupefacente); tutti atti unici! I biglietti sono già disponibili al botteghino. |
È l’immensità, credo. L’enormità di quelle cose, là sotto. L’oscurità dei sogni.
Ma sto divagando. Perdonatemi. Non sono un uomo di lettere.
Avevo bisogno di un alloggio. È così che lo incontrai. Mi serviva qualcuno con cui dividere l’affitto. Ci fece incontrare un conoscente comune, nel laboratorio chimico di St. Bart. – A quanto vedo, lei è stato nell’Afghanistan -. Fu questo che mi disse, e io rimasi a bocca aperta e con gli occhi sgranati.
- Impressionante -, dissi.
- Non particolarmente -, rispose l’estraneo in camice da laboratorio che sarebbe diventato il mio amico. – Dal modo in cui tiene il braccio vedo che lei è stato ferito, e in una maniera del tutto particolare. Ha un’abbronzatura molto intensa. Il suo inoltre è un portamento da militare, e ci sono davvero pochi luoghi dell’Impero in cui un militare possa allo stesso tempo abbronzarsi ed essere torturato, vista la natura della sua ferita alla spalla e date le usanze dei cavernicoli afgani.
Messa così, la cosa era ridicolmente semplice. Ma allora lo era sempre. Avevo la pelle color nocciola. E, come aveva osservato, ero stato effettivamente torturato. Gli dei e gli uomini dell’Afghanistan erano selvaggi, senza la minima intenzione di farsi governare dalla Whitehall, o da Berlino, né tantomeno da Mosca, e non volevano sentire ragioni. Mi avevano mandato in quelle colline, assegnato al *° Reggimento. Finché gli scontri rimasero su colline e montagne, combattemmo alla pari. Quando però le schermaglie si spostarono nell’oscurità delle caverne allora ci ritrovammo, per così dire, ad affrontare qualcosa che era ben al di là della nostra portata.
Non riuscirò mai a dimenticare la superficie specchiata di quel lago sotterraneo, né la cosa che ne emerse dalle acque, con quegli occhi che si aprivano e si chiudevano, e le nenie sussurrate che la accompagnavano mentre risaliva, danzandole intorno come il ronzio di mosche più grandi dell’universo stesso.
Il fatto che io sia sopravvissuto è stato un miracolo; ma così fu, e tornai in Inghilterra sconvolto e con i nervi a pezzi. Il punto in cui quella bocca a sanguisuga mi aveva toccato era marchiato per sempre, bianco come la pancia di una rana, sulla pelle della mia spalla atrofizzata. Ero un tiratore scelto, un tempo. Ora non avevo nulla, se non una paura, molto simile a una fobia, del mondo altro, quello che esiste al di sotto del nostro; il che significa che avrei pagato volentieri sei pence della mia pensione militare per prendere un Hansom, piuttosto che uno solo penny per viaggiare sottoterra. Eppure la nebbia e l’oscurità di Londra mi avevano accolto, confortandomi. Avevo dovuto abbandonare i miei primi alloggi perché la notte mi svegliavo urlando. Ero stato in Afghanistan; ma non ero più lì.
- La notte urlo nel sonno -, gli dissi.
- A me hanno detto che russo -, rispose. – Ho anche orari irregolari, e uso spesso il frontale del caminetto per allenarmi nel tiro al bersaglio. Avrò bisogno del salotto per ricevere i clienti. Sono egoista, riservato e mi annoio facilmente. Crede che questo le possa dare fastidio?
Sorrisi e, scuotendo la testa, gli tesi la mano.
Ce la stringemmo.
L’appartamento che ci avevano trovato, in Baker Street, era più che sufficiente per due scapoli. Ricordavo bene tutto quello che il mio amico mi aveva detto a proposito del suo bisogno di privacy, ed evitai di chiedergli cosa facesse per vivere. Eppure c’erano parecchie cose che stuzzicavano la mia curiosità. A tutte le ore si presentava qualcuno, e in quei casi io lasciavo il salotto per ritirarmi nella mia camera, riflettendo su cosa i visitatori potessero avere in comune col mio amico: la donna pallida con un occhio vitreo, l’ometto che sembrava un commesso viaggiatore, il prestante dandy con la giacca di velluto, e tutti gli altri. Alcuni erano visitatori abituali; molti altri venivano una sola volta, parlavano con lui, e se ne andavano con un’espressione preoccupata o soddisfatta.
Era un vero mistero, per me.
Una mattina stavamo consumando una delle magnifiche colazioni preparate dalla nostra padrona di casa, quando il mio amico suonò il campanellino per chiamare quella brava signora. – Un gentiluomo sta per unirsi a noi tra circa… quattro minuti – disse. – Abbiamo bisogno di un altro posto a tavola.
- Molto bene -, rispose la signora. – Vado a mettere altre salsicce sulla griglia.
Il mio amico tornò a leggere il giornale del mattino; io ero sempre più impaziente di ricevere una spiegazione. Alla fine non riuscii più a resistere. – Non capisco. Come fate a sapere che avremo visite fra quattro minuti? Non abbiamo ricevuto un telegramma, né alcun tipo di messaggio.
Sorrise leggermente. – Non ha sentito il rumore di una carrozza alcuni minuti fa? Ha rallentato nel momento in cui ci ha superati, naturalmente perché il cocchiere doveva individuare la nostra porta, poi ha accelerato ed è andata oltre, verso Marylebone Road. C’è un caos di carrozze, pubbliche e private, che fanno scendere i passeggeri diretti alla stazione ferroviaria e al museo delle cere, ed è proprio in quel genere di trambusto che vorrebbe trovarsi chi vuole scendere senza farsi vedere. Da lì a qui a piedi sono circa… quattro minuti.
Diede un’occhiata al suo orologio da taschino e, in quel momento, sentii dei passi sulle scale fuori dalla porta.
- Entrate, Lestrade – disse il mio amico ad alta voce. – La porta è aperta, e le vostre salsicce stanno arrivando, dritte dritte dalla griglia.
Un uomo, che a quel punto identificai come Lestrade, aprì la porta e con cura la richiuse alle sue spalle. – Non dovrei, - disse, - ma a dire il vero non sono riuscito ancora a fare colazione, stamattina. E posso certamente rendere giustizia a un paio di queste salsicce -. Era l’ometto che avevo visto diverse volte nei giorni passati, e che sembrava un rappresentante di nuovi articoli in gomma o di qualche altra panacea brevettata.
Il mio amico aspettò che la padrona di casa uscisse dalla stanza, poi disse: – Ovviamente presumo si tratti di una questione di importanza nazionale.
- Cielo -, disse Lestrade impallidendo. – Di certo non è ancora il caso di diffondere la notizia. Non ditemi che è già così -. Iniziò a riempirsi il piatto impilando salsicce, filetti di aringa, kedgeree e pane tostato, ma le mani gli tremavano leggermente.
- Certo che no -, rispose il mio amico. – Anche se è passato tutto questo tempo però, riconosco ancora il cigolio delle ruote della vostra carrozza: un sol diesis alternato a un do alto. E se l’ispettore Lestrade di Scotland Yard non può essere visto pubblicamente entrare nel salotto dell’unico investigatore-consulente, ma ci va ugualmente e per giunta senza aver fatto colazione, allora è ovvio che non si tratta di un caso di routine. Ergo, coinvolge i piani alti e si tratta di una questione di importanza nazionale.
Lestrade si pulì il mento dai residui di tuorlo col tovagliolo. Io lo fissavo. Non assomigliava all’idea che avevo di un ispettore di polizia, ma del resto neanche il mio amico mi ricordava molto un investigatore-consulente… qualunque cosa fosse.
- Forse dovremmo discutere della questione in privato -, disse Lestrade lanciandomi un’occhiata.
Il mio amico sorrise malizioso e dondolò la testa sulle spalle come faceva sempre quando si gongolava in una battuta che era solo sua. – Non ha senso -, rispose. – Due teste sono meglio di una. E ciò che viene detto a uno di noi è come se lo diceste a entrambi.
- Se sono di troppo… -, dissi in tono seccato; ma lui mi mise a tacere con un gesto.
Lestrade fece spallucce. – Per me non fa differenza -, disse dopo qualche istante. – Se risolvete il caso manterrò il mio lavoro. Se non ci riuscite, sono disoccupato. Usate pure i vostri metodi. Dubito che possano in qualche modo peggiorare la situazione.
- Se c’è una cosa che lo studio della storia ci ha insegnato, è che le situazioni possono sempre peggiorare -, sentenziò il mio amico. – Quando andiamo nello Shoreditch?
Lestrade lasciò cadere la forchetta. – Questo è troppo! -, esclamò. – Ve ne stavate qui a prendervi gioco di me, quando invece sapete già tutto di questa storia! Dovreste vergognarvi…
- Nessuno mi ha detto nulla a riguardo. Ma quando un ispettore di polizia arriva a casa mia con gli stivali e i calzoni sporchi di fango fresco, di quel particolare giallo mostarda, credo di poter essere perdonato se presumo che abbia camminato di recente attraverso gli scavi di Hobbs Lane, nello Shoreditch, apparentemente l’unica zona di Londra in cui si trovi quella particolare argilla color mostarda.
L’ispettore Lestrade sembrava imbarazzato. – Ora che me lo dite, - farfugliò, - sembra davvero ovvio.
Il mio amico gli allontanò il piatto fuori dalla portata della forchetta. – Certo che lo è -, disse in tono leggermente irritato.
Ci dirigemmo in carrozza verso l’East End. L’ispettore Lestrade ci aveva lasciati soli ed era andato a piedi fino a Marylebone Road per recuperare la sua vettura.
- Quindi voi siete davvero un investigatore-consulente? -, chiesi.
- L’unico a Londra o, forse, al mondo -, rispose il mio amico. – Io non accetto casi. Offro consulenze, piuttosto. Gli altri vengono da me a sottoporre i loro problemi insolubili, me li descrivono e, ogni tanto, io li risolvo.
- Dunque le persone che vengono da voi…
- Sono, per la maggior parte, ufficiali di polizia o a loro volta investigatori, sì.
Era una bella mattinata, ma in quel momento la carrozza sobbalzava lungo il limitare del ghetto di St. Giles, quel carnaio di ladri e tagliagole che infesta Londra come un cancro sul viso di una bella fioraia, e la flebile luce che entrava nella cabina era debole e smorta.
- Siete sicuro di volermi con voi?
Per tutta risposta, il mio amico mi fissò negli occhi senza battere ciglio. – Ho una sensazione, - rispose, - sento che era destino che ci incontrassimo. Che abbiamo combattuto fianco a fianco per una causa giusta, nel passato o nel futuro, questo non lo so. Sono una persona razionale, ma ho imparato il valore di un compagno di viaggio fidato e, dal momento in cui ho posato gli occhi su di voi, ho saputo che mi ero fidato di voi come di me stesso. Sì, voglio che veniate con me.
Arrossii, o blaterai qualcosa senza senso. Per la prima volta dall’Afghanistan, sentivo che c’era posto per me nel mondo.
2. La stanza
|
Vitae di Victor “Vitae” di Victor! Un fluido elettrico! I vostri arti e le parti basse hanno bisogno di una svegliata? Invidiate la vostra giovinezza passata? Per voi i piaceri della carne sono ormai morti e sepolti? “Vitae” di Victor riporterà la vita là dove non se ne vedeva da un pezzo: anche il ronzino più sfiancato tornerà il virile stallone di una volta! Ridare la vita ai morti è possibile, grazie a un’antica ricetta di famiglia unita al meglio della scienza moderna. Per ricevere la documentazione scritta che attesta l’efficacia di “Vitae” di Victor scrivete alla V. von F. Company, 1b Cheap Street, Londra. |
Era un edificio con camere in affitto da quattro soldi, nello Shoreditch.
C’era un poliziotto alla porta d’ingresso. Lestrade lo salutò chiamandolo per nome e fece per accompagnarci dentro. Stavo per entrare, quando il mio amico si accucciò sulla soglia ed estrasse una lente d’ingrandimento dalla tasca del cappotto. Esaminò il fango sullo zerbino di ferro battuto, tastandolo con la punta dell’indice. Ci lasciò entrare solo quando si ritenne soddisfatto.
Salimmo al piano di sopra. Individuare la stanza nella quale era stato commesso il crimine fu molto facile, dal momento che era piantonata da due massicci agenti. Lestrade fece loro un cenno con la testa e quelli si fecero da parte. Entrammo.
Non sono, come ho già detto, uno scrittore professionista, e nel descrivere quella stanza provo l’esitazione di chi sa che le proprie parole non possono rendere giustizia agli eventi. Temo però, dal momento che ormai ho iniziato questo racconto, che dovrò andare avanti.
In quella piccola stanza era stato commesso un omicidio. Il corpo, quello che ne era rimasto, era ancora lì, sul pavimento. Lo vidi ma, in qualche modo, non subito. Ciò che invece vidi era quello che era schizzato via, zampillato a fiotti dalla gola e dal petto della vittima, in una scala cromatica che andava dal verde bile al verde prato. Il tappeto logoro ne era completamente impregnato, e le pareti ne erano ricoperte. Per un momento mi sembrò opera di un qualche artista dai gusti infernali, che aveva deciso di creare uno studio in verde.
Dopo un tempo che a me sembrò un secolo, abbassai lo sguardo verso il corpo, squartato come un coniglio sul bancone di un macellaio, e cercai di trovare un senso a quello che stavo osservando. Mi tolsi il cappello, e il mio amico fece lo stesso.
Si inginocchiò per ispezionare il corpo, osservando i tagli e gli squarci. Poi estrasse la lente di ingrandimento e si avviò verso il muro, e ne esaminò i rivoli di icore in via di essiccazione.
- Quello l’abbiamo già fatto noi -, intervenne l’ispettore Lestrade.
- Ah sì? -, disse il mio amico. – Allora cosa avete concluso a proposito di questa? Credo proprio si tratti di una parola.
Lestrade si diresse verso il punto in cui si trovava il mio amico, e guardò in alto. Poco più in alto della testa dell’ispettore c’era una parola, scritta in stampatello col sangue verde sulla carta da parati ingiallita. – Ra-che…? -, lesse Lestrade sillabandola. – Stava senza dubbio tentando di scrivere Rachel, ma è stato interrotto. Dunque… dobbiamo cercare una donna…
Il mio amico non disse nulla. Tornò accanto al corpo e gli sollevò le mani, una dopo l’altra. Le punte delle dita non presentavano tracce di icore. – Direi che abbiamo appurato che quella parola non è stata scritta da Sua Altezza Reale…
- Come diavolo…
- Mio caro Lestrade. Vi prego, riconoscetemi almeno il diritto di possedere un cervello. È evidente che il cadavere non è quello di un uomo: il colore del sangue, il numero di arti, gli occhi, la posizione del volto, tutto indica che ci troviamo di fronte a del sangue reale. Sebbene non possa stabilire quale sia la linea di sangue, azzarderei che si tratta di un erede al trono, forse… no, direi secondo pretendente… di uno dei principati germanici.
- Sono senza parole -, tentennò Lestrade. Poi disse: - Questo è il principe Franz Drago di Boemia. Si trovava qui in Albione ospite della Regina Vittoria. Era in vacanza, per cambiare un po’ aria…
- Per i teatri, le puttane e i tavoli da gioco, volete dire.
- Se lo dite voi -. Lestrade sembrava infastidito. – A ogni modo, ci avete fornito un ottimo indizio con questa donna, Rachel. Anche se, ne sono certo, ce ne saremmo accorti anche noi.
- Senza dubbio -, disse il mio amico.
Ispezionò ulteriormente la stanza, facendo più volte notare in tono stizzito come i poliziotti avessero coperto varie impronte con gli stivali e avessero spostato oggetti che avrebbero potuto tornare utili per ricostruire gli eventi della notte precedente.
Sembrava particolarmente interessato a una piccola macchia di fango trovata dietro la porta.
Affianco al caminetto notò quello che sembrava un mucchietto di cenere o di terra.
- L’avevate visto? -, chiese a Lestrade.
- La polizia di Sua Maestà -, rispose questo – in genere non si esalta per aver visto della cenere in un caminetto. In genere è lì che si trova -, e ridacchiò alla sua uscita.
Il mio amico raccolse un pizzico di cenere e la strofinò tra le dita, annusando quel che ne era rimasto. Alla fine raccolse il resto in una provetta, la tappò e se la mise nella tasca interna del cappotto.
Si rimise in piedi. – E per quanto riguarda il corpo?
- Arriverà qualcuno mandato da Palazzo -, rispose Lestrade.
Il mio amico mi fece un cenno, e ci avviammo insieme alla porta. Poi sospirò.
- Ispettore. La vostra ricerca della signorina Rachel potrebbe risultare infruttuosa. Tra le altre cose, Rache è una parola tedesca. Vuol dire vendetta. Date un’occhiata al vostro dizionario, comunque. Ci sono anche altri significati.
Giungemmo in fondo alla scala e uscimmo in strada, all’aperto.
- Non avevate mai visto un membro della famiglia reale prima di stamattina, vero? – mi chiese il mio amico. Feci segno di no con la testa.
- Be’, può essere una vista terribile se non si è preparati. Ma amico mio… voi state tremando!
- Vi chiedo scusa. Mi passerà tra un attimo.
- Credo che una passeggiata vi farebbe bene – disse; io annuii con la certezza che se non avessi iniziato a camminare mi sarei messo a urlare.
- A Ovest, allora –, disse il mio amico indicando l’oscura torre del Palazzo. Iniziammo a camminare.
- Dunque - esordì il mio amico dopo un po’. – Non avete mai avuto un incontro diretto con nessuna delle teste coronate d’Europa?
- No -, risposi.
- Credo di poter dire con una certa sicurezza che lo avrete -, mi disse. – E non con un cadavere, stavolta. Molto presto.
- Caro amico, cosa vi fa credere…
Per tutta risposta indicò una carrozza, dipinta di nero, che si era fermata di colpo più avanti, a circa cinquanta metri da noi. Un uomo con pastrano e cilindro nero era in piedi vicino allo sportello e lo teneva aperto in silenzio, in attesa. Sullo sportello della carrozza era dipinto in oro uno stemma che ad Albione conoscono anche i bambini.
- Ci sono inviti che non si possono rifiutare -, disse il mio amico. Passò il cappello al valletto e, mentre saliva in cabina e si abbandonava sui morbidi cuscini in pelle, avrei giurato che sorridesse.
Durante il tragitto verso il Palazzo, quando cercai di parlargli, mi mise a tacere portandosi un dito alle labbra. Poi chiuse gli occhi e sembrò immergersi profondamente nei suoi pensieri. Per quel che riguarda me, cercai di ricordare cosa sapevo sulla famiglia reale tedesca ma, a parte il fatto che il consorte della regina, il principe Alberto, era tedesco, ne sapevo ben poco.
Mi misi una mano in tasca e ne estrassi una manciata di monete, rossastre e argentate, nere e verde rame. Fissai il ritratto della nostra regina impresso su ognuna di esse, e provai al contempo orgoglio patriottico e puro terrore. Mi dissi che una volta ero stato un soldato, immune alla paura, e che c’era un tempo in cui questa era la pura verità. Ripensai per un attimo a quando ero un tiratore scelto, addirittura un cecchino, come mi piaceva pensare. Ma ora la mia mano destra tremava come colpita da paralisi; le monete tintinnavano rumorose, e io non sentivo altro che rimpianto.
3. Il Palazzo
Finalmente, il dottor Henry Jekyll è orgoglioso di annunciare l’attesissimo lancio al grande pubblico della “Polvere di Jekyll”, rinomata in tutto il globo. Non sarà più un lusso per pochi privilegiati. Liberate la vostra natura! Per essere puliti dentro e fuori! TROPPE PERSONE, sia uomini che donne, soffrono di STITICHEZZA DELL’ANIMA! Sollievo immediato ed economico, grazie alla Polvere di Jekyll! (Disponibile ai gusti di vaniglia e originale mentolato)
Il consorte della Regina, il principe Albert, era un uomo imponente con un notevole paio di baffi a manubrio e una calvizie incipiente, ed era totalmente e innegabilmente umano. Ci venne incontro nel corridoio, salutandoci con un cenno del capo senza chiedere i nostri nomi né porgendoci la mano.
- La Regina è assai sconvolta -, disse. Aveva un forte accento tedesco. Le S diventavano Z quando uscivano dalla sua bocca. Azzai. Zconvolta. – Franz era uno dei suoi favoriti. Ha davvero molti nipoti, ma lui riusciva a farla ridere di gusto. Troverete chi gli ha fatto questo.
- Farò del mio meglio -, assicurò il mio amico.
- Ho letto le vostre monografie -, disse il principe Albert. - Sono stato io a suggerire a Scotland Yard che era il caso di consultarvi. Spero di aver fatto la scelta giusta.
- Lo spero anch’io -, rispose il mio amico.
E finalmente la grande porta si aprì, e fummo condotti nell’oscurità alla presenza della Regina.
La chiamavano Vittoria, perché ci aveva sconfitti in battaglia settecento anni prima, e Gloriana, perché era gloriosa, e la chiamavano la Regina, perché la bocca umana non era fatta per pronunciare il suo vero nome. Era enorme, più grande di quanto avessi creduto possibile; se ne stava accucciata nell’ombra e ci fissava dall’alto, immobile.
Quezzzto problema deve ezzzere rizzolto. Le parole venivano dall’oscurità.
- E lo sarà, Signora -, disse il mio amico.
Un arto si contorse e puntò nella mia direzione. Venite avanti.
Io volevo camminare. Ma le mie gambe si rifiutavano di muoversi.
Allora il mio amico venne in mio soccorso. Mi prese per un gomito e mi accompagnò al cospetto di Sua Maestà.
Non dovete zpaventarvi. Dovete ezzzere all’altezza. Dovete ezzzere un buon compagno.
Questo fu ciò che mi disse. La sua voce era un dolce contralto, con un ronzio di sottofondo. Poi l’arto si srotolò allungandosi in avanti, e mi toccò la spalla. Per un momento, ma fu solo un attimo, sentii il dolore più fitto e intenso di qualsiasi sofferenza avessi mai provato; ma subito dopo venni pervaso da una sensazione di benessere totale. Sentii i muscoli della spalla rilassarsi e, per la prima volta dall’Afghanistan, non avvertivo più alcun dolore.
Poi il mio amico si fece avanti. Vittoria gli parlò, eppure non riuscii a sentire le sue parole; mi chiesi se in qualche modo non stessero viaggiando direttamente dalla sua mente a quella del mio amico, se fosse quello il Consiglio della Regina di cui avevo letto nei libri di storia.
Il mio amico rispose a voce alta.
- Certamente, Signora. Posso già dirvi che c’erano altri due uomini con vostro nipote quella notte, in quella stanza nello Shoreditch; le impronte, sebbene semicoperte, erano evidenti -. Poi aggiunse: - Sì. Capisco… credo di sì… sì.
Quando lasciammo il palazzo il mio amico era silenzioso, e non mi disse nulla durante il tragitto verso Baker Street.
Era già buio, e mi chiesi quanto tempo avevamo trascorso a Palazzo. La strada e il cielo erano attraversati dalla nebbia fuligginosa e filiforme.
Tornati a Baker Street, rimasto solo, osservai nello specchio della mia stanza che la pelle bianca come la pancia di una rana sulla mia spalla aveva assunto un colorito rosato. Sperai che non si trattasse solo di un parto della mia mente, che non fosse semplicemente la luce della luna che filtrava dalla finestra.
4. Lo spettacolo
|
PROBLEMI DI FEGATO? ATTACCHI DI BILE?! DISTURBI NERVOSI?! TONSILLITE?! ARTRITE?! Sono solo alcuni dei fastidi che un SALASSO professionale può curare. Nei nostri uffici abbiamo pile di TESTIMONIANZE a disposizione in qualsiasi momento di chiunque volesse consultarle. Non mettete la vostra salute nelle mani di qualche dilettante! Sono secoli che facciamo solo questo: V. TEPES – SALASSATORE PROFESSIONISTA (Ricordate! Si pronuncia Tzsep-pesh!). Romania, Parigi, Londra, Whitby. Avete già provato il resto – ORA PROVATE IL MEGLIO! |
Che il mio amico fosse anche un maestro nell’arte del travestimento non avrebbe dovuto sorprendermi, eppure così fu. Nei dieci giorni che seguirono, un curioso assortimento di personaggi varcò la soglia della nostra porta in Baker Street: un anziano cinese, un giovane libertino, una grassona dai capelli rossi i cui trascorsi professionali non sarebbero stati difficili da indovinare, e un venerando imbecille col piede gonfio e fasciato per la gotta. Tutti entravano nella stanza del mio amico e, con una velocità degna di un varietà di trasformismo, era lui a uscirne.
Non mi diceva mai cosa andava a fare quando si travestiva; preferiva rilassarsi e fissare un punto nel vuoto, segnando di tanto in tanto, su qualunque pezzo di carta gli capitasse a tiro, degli appunti che, a dire il vero, trovavo incomprensibili. Sembrava totalmente assorbito, al punto che iniziai a preoccuparmi per il suo stato di salute. Finché un giorno tornò a casa, nel tardo pomeriggio, vestendo i suoi panni abituali, e con un sorriso malizioso stampato sul viso mi chiese se mi piacesse il teatro.
- Be’, come a tutti -, risposi.
- Allora andate a prendere i vostri binocoli da teatro -, mi disse. – Si va a Drury Lane.
Mi aspettavo di assistere a un’operetta o qualcosa del genere, e invece mi trovai in quello che doveva essere il peggior teatro di Drury Lane, nonostante si fosse dato un nome regale. E a dirla tutta era situato in Drury Lane più che altro a livello nominale, dal momento che si trovava in fondo alla strada dal lato di Shaftesbury Avenue, quello che dà sul ghetto di St. Giles. Su consiglio del mio amico avevo nascosto il portafoglio e, seguendo il suo esempio, mi ero munito di un robusto bastone.
Una volta accomodati sulle nostre poltrone in platea (avevo acquistato un’arancia da tre pence da una delle deliziose ragazze che le vendevano al pubblico, e la stavo succhiando nell’attesa), il mio amico mi sussurrò: - Dovreste ritenervi fortunato di non avermi dovuto accompagnare nelle bische o nei bordelli. O nei manicomi, altro posto che il principe Franz, ho scoperto, si dilettava a visitare. Comunque non è stato mai più di una volta nello stesso luogo. Da nessuna parte, eccetto…
L’orchestra attaccò e venne sollevato il sipario. Il mio amico tacque.
Fu uno spettacolo a suo modo abbastanza piacevole; vennero messe in scena tre rappresentazioni in atto unico. Tra l’una e l’altra, come intermezzo, vennero cantate canzoni comiche. Il primo attore era alto, languido e aveva una bella voce; la prima attrice era elegante, e la sua voce raggiungeva ogni angolo del teatro; il comico era molto versato negli scioglilingua cantati.
La prima rappresentava la tipica commedia degli equivoci: il primo attore recitava nella parte di due gemelli identici che non si erano mai incontrati ma che erano riusciti, per tutta una serie di comiche disavventure, a ritrovarsi entrambi fidanzati con la stessa ragazza — la quale, e questo era il colmo, pensava di avere un fidanzato solo. Le porte si aprivano e chiudevano velocemente, mentre l’attore passava da un’identità all’altra.
La seconda presentava la straziante storia di un’orfanella affamata che vendeva violette di serra per strada, nella neve. Alla fine la nonna la riconosceva, giurando che si trattava della bambina rapita dieci anni prima dai banditi; ma era troppo tardi, e quell’angioletto, assiderato, esalava il suo ultimo respiro. Confesso che dovetti asciugarmi gli occhi più di una volta col mio fazzoletto di lino.
Lo spettacolo si concluse con una coinvolgente rappresentazione storica: tutta la compagnia impersonava un gruppo di uomini e donne di un villaggio sulla costa dell’oceano, settecento anni prima dei giorni nostri. Videro qualcosa che emergeva dalle acque, al largo. L’eroe proclamò con gioia alla popolazione che si trattava dei Grandi Antichi, la cui venuta era stata profetizzata; stavano tornando nel nostro mondo da R’lyeh, e dall’oscura Carcosa, e dall’altipiano di Leng, dove avevano dormito, o atteso, o trasceso il tempo della loro morte. Il comico obiettava che gli abitanti del villaggio avevano esagerato tutti col pasticcio e la birra, e che quelle sagome in lontananza erano probabilmente solo frutto della loro immaginazione. Un gentiluomo di bell’aspetto, che impersonava un sacerdote del Dio Romano, disse agli abitanti che quegli esseri nel mare erano mostri e demoni, e che dovevano essere affrontati e distrutti. Al culmine della rappresentazione, l’eroe colpì il prete a morte col suo crocefisso da processione e si preparò ad accogliere Coloro che arrivavano. L’eroina cantò un’aria evocativa mentre, grazie a un’impressionante dimostrazione di utilizzo della lanterna magica, sembrò di vedere le Loro ombre attraversare il cielo sullo sfondo del palcoscenico: la Regina di Albione in persona, e l’Oscuro dell’Egitto (in forma semi-umana), seguito dall’Antico Capro dai Mille Figli, Imperatore di tutta la Cina, e lo Zar Irrefutabile, e Colui che Regge il Nuovo Mondo, e la Bianca Signora dell’Inattaccabile Antartide, e tutti gli altri. E ogni volta che un’ombra attraversava il palco, o almeno sembrava farlo, da ogni gola del teatro prorompeva spontaneamente un potente “Urrà!” che faceva vibrare l’aria stessa. La luna apparve sul cielo dipinto e poi, al suo zenit, in un ultimo atto di magia teatrale, passò dal giallo pallido, il colore che aveva nelle vecchie favole, al rassicurante rosso cremisi della luna che oggi brilla su tutti noi.
I membri della compagnia s inchinarono al pubblico, vennero chiamati alla ribalta diverse volte e raccolsero applausi e risate finché il sipario non calò per l’ultima volta e lo spettacolo si concluse.
- Dunque -, disse il mio amico. – Che ne pensate?
- Bello, bellissimo – risposi, con le mani doloranti per il lungo applaudire.
- Un uomo tutto d’un pezzo -, disse con un sorriso. – Andiamo a farci un giro dietro le quinte.
Uscimmo sulla strada, e ci infilammo in un vicolo che costeggiava il teatro fino all’ingresso degli artisti, dove una donna smilza con una cisti sulla guancia era intenta a fare a maglia. Il mio amico le mostrò un biglietto da visita, e lei ci indirizzò nell’edificio, su per una rampa di scale fino a un piccolo camerino comune.
Candele e lampade a olio riflettevano su specchi maculati una luce fioca e tremolante; uomini e donne si liberavano dei costumi e si pulivano il trucco, senza preoccuparsi della promiscuità. Distolsi lo sguardo. Il mio amico sembrò imperturbabile. – Potrei parlare con il signor Vernet? -, chiese ad alta voce.
Una giovane donna, che aveva recitato la parte della migliore amica dell’eroina nella prima rappresentazione e dell’impertinente figlia del locandiere nell’ultima, ci indicò il fondo della stanza.
- Sherry! Sherry Vernet! -, chiamò.
Il giovanotto che, in risposta, si alzò era magro e slanciato, e di una bellezza meno convenzionale rispetto a quanto mi era sembrato osservandolo dall’altro lato del teatro. Ci squadrò con fare interrogativo.
- Credo di non avere il piacere…?
- Mi chiamo Henry Camberley – disse il mio amico, strascicando leggermente la pronuncia. – Forse avete già sentito parlare di me.
- Confesso di non aver avuto il privilegio -, rispose Vernet.
Il mio amico gli offrì un biglietto da visita, e l’uomo lo guardò con genuino interesse.
- Un agente teatrale? Dal Nuovo Mondo? Accidenti. E questo signore è… -, disse rivolto a me.
- Questo gentiluomo è un mio amico, il signor Sebastian. Non si occupa di spettacolo.
Strinsi la mano dell’attore, mormorando qualcosa su quanto avessi apprezzato lo spettacolo.
Il mio amico chiese: - Siete mai stato nel Nuovo Mondo?
- Non ho ancora avuto questo onore, - ammise Vernet – anche se è sempre stato il mio più grande desiderio.
- Che dire, buon uomo -, disse il mio amico col fare informale degli abitanti del Nuovo Mondo. – Forse il vostro sogno verrà esaudito. Quell’ultima rappresentazione, non ho mai visto niente del genere. L’avete scritta voi?
- Ahimé, no. È opera di un mio caro amico. Io però ho progettato il meccanismo della lanterna magica utilizzata nella scena delle ombre. A oggi non troverà nulla del genere in nessun altro teatro.
- Mi dareste il nome dell’autore? Forse dovrei parlare direttamente con questo vostro amico.
Vernet scosse la testa.
- Temo che non sia possibile. Ha un’altra professione, e desidera che i suoi rapporti con il mondo del teatro non siano resi pubblici.
- Capisco -. Il mio amico tirò fuori la pipa dal cappotto e se la portò alla bocca. Poi iniziò a frugarsi nelle tasche.
- Mi spiace -, disse. – Temo di aver dimenticato la borsa del tabacco.
- Io fumo una miscela nera forte, - disse l’attore, - se per voi va bene…
- Assolutamente! -, rispose il mio amico molto cordialmente. – Anche io fumo una miscela forte – disse, e si riempì la pipa col tabacco dell’attore. Iniziarono a fumare entrambi, e il mio amico descrisse la sua idea di uno spettacolo in tournée per le città del Nuovo Mondo, dall’isola di Manhattan fino all’estremo Sud, nell’angolo più remoto del continente. Il primo atto sarebbe stato l’ultima rappresentazione che avevamo visto quella sera. Il resto dello spettacolo avrebbe forse potuto narrare del dominio dei Grandi Antichi sull’umanità e i suoi dei, raccontando magari cosa sarebbe potuto accadere se le persone non avessero avuto le Famiglie Reali da guardare con ammirazione: un mondo di oscurità e barbarie.
- Ma l’autore dell’opera sarebbe il vostro misterioso professionista, e sarebbe solo lui ad avere l’ultima parola sulla narrazione degli eventi -, aggiunse il mio amico. – Il nostro spettacolo sarebbe il suo. Ma io posso assicurarvi un successo di pubblico al di là di ogni immaginazione, e una percentuale significativa sugli introiti dei biglietti. Diciamo un cinquanta per cento!
- Tutto questo è davvero esaltante -, disse Vernet. – Spero sia la verità, e non un’allucinazione dovuta al fumo della pipa!
- No signore, non lo è! –, disse il mio amico ridacchiando alla battuta dell’uomo e tirando una boccata dalla pipa. – Passate da casa mia in Baker Street domattina dopo colazione, diciamo verso le dieci, e portate il vostro amico scrittore. Vi farò trovare i contratti pronti da firmare.
A quelle parole l’attore salì in piedi sulla sedia e batté le mani per fare silenzio nella stanza.
- Signore e Signori della compagnia, devo fare un annuncio – disse, facendo risuonare la stanza della sua voce forte e profonda. – Questo gentiluomo è Henry Camberley, il famoso agente teatrale, e ci ha appena proposto di portarci con lui dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, verso la fama e la fortuna.
Si levarono molte acclamazioni, e l’attore aggiunse: - Certo, dovremo rinunciare alle aringhe e ai cavoli sott’aceto -; tutta la compagnia scoppiò a ridere.
Ci salutarono tutti con ampi sorrisi quando uscimmo dal teatro, per ritrovarci all’esterno, nelle strade ammantate di nebbia.
- Mio caro amico -, dissi. – Che cosa…
- Non un’altra parola -, mi rispose lui. – La città ha molte orecchie.
E così fu: non ci scambiammo una parola finché, chiamata una carrozza, non salimmo a bordo e iniziammo a sferragliare su per Charing Cross Road. E anche in cabina, prima di parlare, il mio amico si tolse la pipa di bocca e ne vuotò il fornello col tabacco fumato a metà in una piccola scatola di latta, che si mise in tasca dopo averla chiusa con cura.
- Bene -, disse finalmente. – Se non abbiamo trovato l’Uomo Alto, io sono olandese. Ora dobbiamo solo sperare che la curiosità e la cupidigia del Dottore Zoppo siano abbastanza forti da farlo venire da noi domattina.
- Il Dottore Zoppo?
Il mio amico grugnì. - È così che l’ho chiamato. Quando abbiamo visto il cadavere del principe era evidente, dalle orme e da molti altri indizi, che quella notte c’erano due uomini nella stanza: uno alto che, se non ho sbagliato i miei calcoli, abbiamo appena conosciuto, e un altro più basso, zoppo, che ha sventrato il principe con un’abilità che tradisce la mano di un medico.
- Un medico?
- Proprio così. È terribile a dirsi, ma l’esperienza mi ha insegnato che quando un medico diventa un criminale si rivela una creatura più oscura e orrenda del peggiore dei tagliagole. Mi vengono in mente Houston, l’uomo del bagno d’acido, e Campbell, che aveva portato a Ealing il Letto di Procuste, e non in senso metaforico… -. Andò avanti su questo filone per il resto del viaggio.
La carrozza si accostò al marciapiede.
- Una sterlina e dieci pence -, disse il conducente. Il mio amico gli lanciò un fiorino, e quello lo prese al volo, poi si toccò la falda del cilindro logoro. – Molto obbligato, signori -, esclamò allontanandosi mentre il cavallo trottava via nella nebbia.
Camminammo fino alla porta d’ingresso del nostro appartamento. Mentre aprivo la serratura, il mio amico disse: - Che strano. Il conducente ha appena ignorato quel tipo all’angolo della strada.
- A fine turno fanno sempre così -, gli feci notare.
- È vero, fanno proprio così -, rispose.
Quella notte sognai ombre, ombre enormi che oscuravano il sole; io ero disperato e le chiamavo, urlando, ma esse non mi ascoltavano.
5. La buccia e il nocciolo
|
Quest’anno, metti i piedi nella primavera con la prima vera molla ai piedi! Da Jack. Stivali, scarpe e calzature sportive. Basta maltrattare le suole; la nostra specialità sono i tacchi. Da Jack. E non dimenticate di visitare il nostro nuovo emporio di abbigliamento e accessori nell’East End: troverete abiti da sera di tutti i tipi, cappelli, bigiotteria, bastoni da passeggio, anche con lama nascosta, e così via. Da Jack, a Piccadilly. Quando mollare è importante! |
Il primo ad arrivare fu l’ispettore Lestrade.
- Avete appostato i vostri uomini sulla strada? -, gli chiese il mio amico.
- Sì -, rispose Lestrade. – Hanno l’ordine tassativo di lasciar passare tutti quelli che entrano, ma di arrestare chiunque tenti di uscire.
- E avete con voi delle manette?
Per tutta risposta Lestrade si mise una mano in tasca e ne estrasse due paia di manette, facendole tintinnare a mezz’aria con uno sguardo truce.
- E ora signore -, disse – Nell’attesa sareste così gentile da dirmi cosa stiamo aspettando?
Il mio amico tirò fuori dalla tasca la pipa. Invece di portarla alla bocca, però, la poggiò sul tavolo che aveva di fronte. Poi prese la scatoletta di latta della sera prima e una provetta di vetro, che riconobbi come quella che aveva usato nella stanza dello Shoreditch.
- Ecco – disse. – Vi ho appena mostrato il chiodo che, ne sono certo, inchioderà la bara del nostro Mastro Vernet.
Fece una pausa, poi diede un’occhiata al suo orologio da taschino e lo poggiò delicatamente sul tavolo. – Abbiamo ancora diversi minuti prima che arrivino -. Si girò verso di me: - Cosa sapete dei Restaurazionisti?
- Un bel niente -, risposi.
Lestrade tossì. – Se state parlando di quello che penso, - disse, - credo sia il caso di fermarci qui. Il troppo stroppia.
- Troppo tardi -, disse il mio amico. – Dal momento che ci sono persone che non credono che la venuta dei Grandi Antichi sia stata un bene, il grande evento che noi tutti riconosciamo. Anarchici, dal primo all’ultimo, che vorrebbero restaurare il vecchio stile di vita; l’umanità padrona del suo destino, se preferite.
- Non ho intenzione di sentire oltre, questa è sedizione -, intervenne Lestrade. – Devo avvertirvi…
- Sono io che avverto voi: non siate così sciocco! -, disse il mio amico. – Perché sono stati i Restaurazionisti a uccidere il principe Franz Drago. Uccidono e ammazzano, nel vano tentativo di costringere i nostri maestri a lasciarci soli a vagare nell’oscurità. Il principe è stato ucciso da un rache. È una parola antica che sta per cane da caccia, ispettore, e lo sapreste anche voi se aveste consultato un dizionario. Significa anche vendetta. E il cacciatore ha lasciato la sua firma sulla scena del delitto come un artista avrebbe firmato la sua tela. Ma non è stato lui a uccidere il principe.
- Il Dottore Zoppo! -, esclamai.
- Esatto. Quella notte nella stanza c’era un uomo alto; ho potuto calcolarne la statura perché la parola era scritta all’altezza degli occhi. Fumava la pipa, come dimostrano la cenere e i residui di tabacco nel caminetto, e l’ha sbattuta con facilità sulla mensola, cosa che un uomo basso non avrebbe fatto. Il tabacco era di un’insolita miscela forte. Le orme nella stanza erano state per la maggior parte cancellate dai vostri uomini, ma ce n’erano alcune molto chiare dietro la porta e vicino alla finestra. C’era qualcuno lì, in attesa: un uomo più basso, si vedeva dalla lunghezza del passo, che poggiava tutto il suo peso sulla gamba destra. All’esterno, sul sentiero, c’erano altre impronte molto evidenti, e i diversi colori presenti sullo zerbino fuori dalla porta mi hanno fornito ulteriori informazioni: un uomo alto, che aveva accompagnato il principe in quella casa e ne era uscito più tardi. Ad aspettarli c’era quello che ha affettato il principe con tanta perizia…
Lestrade emise un indistinto suono imbarazzato che non riuscì a trasformare in una parola.
- Ho trascorso molti giorni a ricostruire i movimenti di sua altezza. Ho setacciato bische e bordelli, ristoranti e manicomi alla ricerca del nostro fumatore di pipa e del suo amico. Non ho fatto alcun progresso nelle indagini, finché non ho pensato di controllare i giornali di Boemia alla ricerca di qualche indizio sulle ultime attività del principe in patria; da lì ho appreso che una compagnia teatrale inglese era stata a Praga il mese scorso, e si era esibita al cospetto del principe Franz Drago…
- Buon Dio -, esclamai – Quindi quello Sherry Vernet…
- È un Restaurazionista. Esattamente.
Scossi la testa, affascinato dall’intelligenza e dalle capacità di osservazione del mio amico. In quel momento qualcuno bussò alla porta.
- Ecco la nostra preda! – disse il mio amico. – Fate molta attenzione, adesso!
Lestrade infilò una mano in tasca, dove di certo aveva una pistola. Deglutì nervosamente.
Il mio amico disse ad alta voce: - Prego, entrate!
La porta si aprì.
Non era Vernet. E nemmeno il Dottore Zoppo. Era uno dei ragazzini di strada arabi che si guadagnavano un tozzo di pane sbrigando commissioni “al servizio della signora Strada e del signor Passante”, come usavamo dire quand’ero giovane.
- Scusate signori, - disse il ragazzo, - il signor Henry Camberley è qui? Un gentiluomo mi ha incaricato di consegnargli un messaggio.
- Sono io -, disse il mio amico. – E per sei pence cosa puoi dirmi del gentiluomo che ti ha affidato il biglietto?
Il giovanotto, che disse di chiamarsi Wiggins, diede un morso alla moneta prima di farla sparire e ci disse che il simpatico signore che glielo aveva dato era piuttosto alto, con i capelli scuri e, aggiunse, stava fumando la pipa.
Ho qui il biglietto con me, e mi prendo la libertà di trascriverlo.
Mio caro signore,
non mi rivolgo a voi come a Henry Camberley, perché è un nome che non vi appartiene. Mi sorprende che non vi siate presentato col vostro vero nome, perché è un nome importante e che vi rende onore. Ho letto molti dei vostri scritti, quando sono riuscito a procurarmeli. A dire il vero, due anni fa abbiamo avuto una corrispondenza abbastanza proficua a proposito di alcune anomalie teoriche nella vostra pubblicazione circa la dinamica di un asteroide.
Mi ha divertito incontrarvi, ieri sera. Credo che un paio di consigli potrebbero aiutarvi a non perdere tempo in futuro nell’esercizio della professione a cui vi state dedicando ora.
Prima di tutto, che un fumatore di pipa abbia in tasca una pipa nuova di zecca e sia senza tabacco è possibile, ma estremamente improbabile; almeno quanto un agente teatrale che non conosca gli usi che riguardano i compensi per una tournée e che si accompagni a un taciturno ufficiale in congedo (Afghanistan, se non ho visto male). Tra l’altro, sebbene abbiate ragione quando dite che le strade di Londra hanno orecchie, in futuro sarebbe opportuno evitare di salire sulla prima carrozza che passa. Anche i conducenti hanno orecchie, se decidono di usarle.
Una delle vostre supposizioni è certamente corretta: sono stato in effetti io ad attirare la creatura mezzosangue nella stanza dello Shoreditch.
Se vi può consolare in qualche modo, avendo appreso qualcosa circa i suoi divertimenti preferiti, gli avevo detto di avergli procurato una ragazza, rapita da un convento in Cornovaglia, dove non aveva mai conosciuto uomo, e che sarebbe bastato il suo tocco e la vista della sua faccia per farla piombare in una follia completa.
Se questa ragazza fosse esistita davvero, quell’essere avrebbe banchettato della sua follia mentre la possedeva, come un uomo che succhia la polpa da una pesca matura lasciando solo la buccia e il nocciolo. L’ho visto fare. Li ho visti fare molto di peggio. E non è questo il prezzo che dobbiamo pagare per la pace e la prosperità. È un prezzo davvero troppo grande.
Il bravo Dottore, che la pensa come me e che ha davvero scritto il nostro piccolo spettacolo dal momento che ha una discreta capacità di intrattenere il pubblico, ci attendeva con i suoi bisturi.
Vi invio questo messaggio non come una sfida a prenderci, dal momento che io e lo stimato Dottore siamo già spariti e non riuscirete a trovarci, ma per dirvi che è stato piacevole sentire, anche solo per un momento, di aver trovato un degno avversario. Di gran lunga più degno delle creature inumane sorte dall’Abisso.
Temo che la Compagnia dello Strand dovrà trovarsi un nuovo primo attore.
Non mi firmerò Vernet e, fino al giorno in cui la caccia non sarà finita e il mondo non tornerà ad essere quello che era, vi prego di ricordarmi semplicemente come
Rache
L’ispettore Lestrade uscì di corsa dalla stanza, chiamando a raccolta i suoi uomini. Si fecero accompagnare dal giovane Wiggins nel posto in cui l’uomo gli aveva consegnato il biglietto, come se Vernet l’attore fosse lì ad aspettarli, fumando tranquillamente la sua pipa. Io e il mio amico li osservammo dalla finestra, scuotendo la testa, mentre correvano via.
- Fermeranno e setacceranno tutti i treni che escono da Londra e tutte le navi che partono da Albione verso l’Europa e il Nuovo Mondo, - disse il mio amico, - alla ricerca di un uomo alto e del suo compagno, un medico più basso e robusto che zoppica leggermente. Chiuderanno i porti. Ogni via d’uscita dal paese verrà interdetta.
- Allora pensate che li prenderanno?
Il mio amico scosse la testa.
- Potrei sbagliarmi -, rispose. – Ma sono pronto a scommettere che lui e il suo amico sono proprio in questo momento a un miglio da qui, o poco più, nel ghetto di St. Giles, dove la polizia non entra mai se non in squadre. Se ne staranno nascosti lì finché le acque non si saranno calmate. E poi torneranno a occuparsi della loro attività.
- Cosa ve lo fa credere?
- Perché - rispose – se le nostre posizioni fossero invertite è così che agirei io. A proposito, dovreste bruciare quel biglietto.
Aggrottai la fronte. – Ma si tratta di una prova importante -, dissi.
- Sono stupidaggini sediziose -, rispose il mio amico.
E avrei dovuto bruciarlo davvero. In realtà quando Lestrade tornò gli dissi di averlo fatto, e lui si congratulò con me per il mio buonsenso. L’ispettore mantenne il suo posto, e il principe Albert inviò un messaggio al mio amico nel quale si congratulava con lui per le sue deduzioni, sebbene rimanesse il rammarico di un criminale ancora a piede libero.
Sherry Vernet, o qualunque sia il suo vero nome, non è stato ancora catturato, e non c’è traccia nemmeno del suo complice assassino, per ora identificato come un ex chirurgo militare di nome John (o forse James) Watson. Curiosamente, hanno scoperto che anch’egli è stato in Afghanistan. Mi chiedo se io non l’abbia mai conosciuto.
La mia spalla, dopo il tocco della Regina, continua a migliorare; i muscoli e la pelle stanno tornando normali, e la guarigione è vicina. Presto tornerò ad essere un tiratore scelto.
Alcuni mesi fa, una notte in cui eravamo soli, chiesi al mio amico se si ricordasse della corrispondenza citata nella lettera scritta dall’uomo che si firmava Rache. Mi disse di ricordarla bene, e che Sigerson (così l’attore si era presentato in quell’occasione, dicendo di essere islandese), ispirato da un’equazione scritta dal mio amico, gli aveva proposto alcune folli teorie che mettevano in relazione la massa, l’energia e l’ipotetica velocità della luce. – Sciocchezze, naturalmente -, disse il mio amico senza sorridere. – Ma cionondimeno, sciocchezze ispirate e pericolose.
Alla fine giunse una lettera da Palazzo, nella quale la Regina si diceva soddisfatta del lavoro svolto dal mio amico sul caso, e la questione si chiuse.
Ma dubito che il mio amico si darà per vinto; non si vedrà la fine di questa storia finché uno dei due non ucciderà l’altro.
Io ho tenuto il biglietto. In questa narrazione ho raccontato cose che avrebbero dovute essere taciute. Se avessi più giudizio brucerei queste pagine ma, come dice il mio amico, anche la cenere può rivelare segreti. Chiuderò invece queste carte in una cassetta di sicurezza della mia banca, lasciando istruzioni affinché non venga aperta se non molto tempo dopo che chiunque in vita oggi non sarà morto. Anche se, alla luce dei recenti avvenimenti verificatisi in Russia, temo che quel giorno sia più vicino di quanto ciascuno di noi vorrebbe credere.
Maggiore S* M* (in congedo)
Baker Street,
Londra, Nuova Albione, 1881.
























