POLARIS di H.P.Lovecraft
POLARIS di H.P.Lovecraft
Traduzione di Arthur Kenter
La Stella Polare, dalla finestra a settentrione della mia stanza, brilla di una luce misteriosa. Brilla per tutte le interminabili e infernali ore della notte. E in autunno, quando i venti del Nord minacciano e gemono, e nella palude alberi dalle rosse foglie si scambiano segreti nelle prime ore del mattino sotto la falce della luna calante, siedo accanto alla finestra e contemplo la stella.
Dal sommo del cielo si abbassa la fulgida Cassiopea mentre le ore scorrono e l’Orsa Maggiore si alza dietro gli alberi della palude avvolti da vapori e scossi dal vento della notte. Poco prima dell’alba, Arturo ammicca rossastra dal cimitero sulla bassa collina, e la Chioma di Berenice arde di luce sinistra in lontananza nel misterioso Oriente. Ma la Stella Polare continua a spiarmi dalla stessa posizione, ammicca odiosa come un folle occhio vigile che si sforzi di comunicare uno strano messaggio, ma che nulla ricordi se non il fatto che abbia un messaggio da comunicare.
Talvolta, quando il cielo è cosparso di nubi, riesco a dormire. Ricordo bene la notte della magnifica aurora quando sulla palude giocavano inquietanti ombre e i riflessi della luce demoniaca. Fortunatamente, ai bagliori seguirono le nuvole e allora mi addormentai.
Fu sotto la falce di luna calante che, per la prima volta, vidi la città. Si adagiava quieta e sonnolenta sulla sommità di uno strano altopiano in un avvallamento contornato da bizzarre vette. Le mura e le torri, le colonne e le cupole, il lastrico delle strade, tutto era fatto di un marmo dal pallore spettrale. Nelle marmoree strade si innalzavano i pilastri, di marmo anch’essi, sulla cui estremità erano scolpite le effigi di uomini austeri e barbuti. L’aria era calda e immota. In alto, a circa dieci gradi dallo zenith, riluceva attenta la Stella Polare.
Rimasi a lungo a contemplare la città, ma il giorno pareva non giungere mai. Quando la rossa Aldebaran, che baluginava bassa del suo cammino attorno all’orizzonte, mi accorsi che luci e movimenti animavano le case e le strade.
Sagome abbigliate curiosamente, con un nobile aspetto e a me familiare, camminavano all’aperto sotto la falce della luna calante; gli uomini, in una lingua che comprendevo nonostante fosse completamente diversa da qualsiasi altra lingua conosciuta, discutevano di arcane conoscenze. Quando la rossa Aldebaran superò la metà della linea dell’orizzonte, di nuovo vi furono oscurità e silenzio. Quando mi svegliai non ero più quello di prima. Nella mia memoria si era impressa l’immagine della città, e nell’anima era sorto un altro e più vago ricordo, della cui natura non ero ancora consapevole.
Da allora, nelle notti nuvolose durante le quali riuscivo a dormire, rividi sovente la città; a volte mi appariva sotto i gialli raggi cocenti di un sole che non tramontava mai, bensì roteava senza posa lungo la linea dell’orizzonte. E nelle notti terse, la Stella Polare spiava dall’alto con rinnovata malvagità.
Gradatamente finii per domandarmi quale potesse essere il mio posto in quella città sul misterioso altopiano circondato da inquietanti vette. Se prima mi ero accontentato di contemplare quello scenario come una presenza come una presenza incorporea che tutto avvolge con il suo sguardo, ora sentivo il desiderio di stabilire quale fosse la mia relazione con essa e di esprimere i miei pensieri tra i severi personaggi che quotidianamente conversavano nelle piazze pubbliche.
Mi dicevo: “Questo non è un sogno, perché con quali mezzi potrei dimostrare la maggiore realtà di quell’altra esistenza che vivo nella casa di pietra e mattoni, a Sud della sinistra palude e del cimitero sulla collina, dove la Stella Polare si affaccia ogni notte alla finestra a settentrione?”
Una notte, mentre ero intento ad ascoltare gli uomini discorrere in una grande piazza adornata da numerose statue, avvertii un mutamento, mi resi conto di avere finalmente un corpo. Non mi sentii più uno straniero tra le strade di Olathoё, situata sull’altopiano di Sarkia, fra i monti Noton e Kadiphonek. A parlare era il mio amico Alos, e il suo discorso era balsamo per la mia anima,essendo il discorso di un uomo vero, di un patriota. Quella notte era giunta notizia della resa di Daikos e dell’avanzata degli Inuto: gialli e tarchiati mostri infernali che cinque anni prima erano venuti dallo sconosciuto Occidente a saccheggiare le frontiere del nostro regno e assediare molte delle nostre città.
Espugnate le fortezze ai piedi delle montagne, avevano ora la via sgombra verso l’altopiano, a meno che ciascun cittadino non si fosse impegnato ad opporre resistenza combattendo con la forza di dieci uomini. Ma quegli esseri tarchiati erano maestri nell’arte della guerra e ignoravano gli scrupoli d’onore che trattenevano i nostri uomini di Lomar, alti e dagli occhi grigi, dall’abbandonarsi a stragi spietate.
Il mio amico Alos era comandante di tutte le forze dell’altopiano, in lui erano riposte le ultime speranze del nostro paese. In quella occasione parlò dei pericoli che avremmo dovuto affrontare ed esortò gli uomini di Olathoё, i più prodi tra i Lomariani, a mantenere alte le tradizioni dei loro antenati che, costretti ad abbandonare Zobna e a trasferirsi a meridione prima dell’avanzata della grande coltre di gelo – anche i nostri discendenti saranno un giorno costretti a fuggire dalla terra di Lomar - , sconfissero con audacia e successo i cannibali Gnophkehs, pelosi e dalla lunghe braccia, che avevano loro sbarrato la via.
Alos si rifiutò di affidarmi un ruolo militare a causa della mia debolezza e dei malori che mi colpivano quando ero sottoposto a tensioni e disagi. Ma, nonostante dedicassi quotidianamente ore e ore allo studio dei Manoscritti Pnakotici e della sagezza dei padri Zobnariani, i miei occhi erano i più acuti della città: perciò il mio amico, desideroso di non condannarmi all’inerzia, mi affidò un compito che per importanza non era secondo a nessun altro. Mi inviò sulla torre di guardia di Thapnen, dove avrei rappresentato gli occhi del nostro esercito. Nel caso gli Inuto avessero tentato di raggiungere la cittadella attraverso la stretta gola alle spalle del monte Noton per attaccare di sorpresa la guarnigione, avrei dovuto lanciare segnali di fumo, avvertendo così i soldati in attesa e salvando la città dall’immediata catastrofe.
Ascesi la torre da solo perché la presenza di ogni uomo robusto era necessaria nei passi sottostanti. La stanchezza e l’eccitazione mi stordivano la mente, già provata dalle numerose notti di veglia: ma ero ben deciso, perché grande era il mio amore per la terra natale di Lomar e per la città marmorea di Olathoё che sorgeva tra i monti Noton e Kadiphonek.
Però, dalla cella superiore della torre presi a contemplare la falce di luna calante, rossa e sinistra, che baluginava attraverso i vapori stagnanti sulla lontana valle di Banof. Da un’apertura del tetto riluceva la pallida Stella Polare che, scossa quasi da palpiti vitali, mi spiava maligna, demoniaca e tentatrice. Fu il suo spirito, credo, a darmi il perfido consiglio, cullandomi con ritmiche, detestabili promesse che, ripetute all’infinito, inducevano una traditrice sonnolenza:
Dormi, dormi sentinella:
per seimila secoli questa stella
nell’alto cielo si avvolgerà
fino a quando al principio tornerà.
Altre stelle sorgeranno,
per l’asse del cielo circoleranno:
stelle felici, stelle serene
che guariranno le tue pene.
Quando il mio cerchio si chiuderà,
il tuo passato ti sveglierà.
Vana fu la mia lotta contro il torpore mentre cercavo di associare quelle strane parole alle sapienze celesti che avevo appreso dai Manoscritti Pnakotici. La testa ondeggiante mi cadde sul petto di peso e, quando la risollevai, ero ospite di un sogno dove la Stella Polare sogghignava verso di me sbirciando da una finestra al di sopra di alberi che in una palude onirica si agitavano spaventosi. Sto ancora sognando.
Nella mia vergogna e angoscia a volte urlo disperatamente implorando le creature irreali che mi circondano di svegliarmi prima che gli Inuto risalgano furtivamente il passo che è alle spalle del monte Noton, conquistando la cittadella di sorpresa; ma quelle creature sono demoni, perché ridono di me e mi ripetono che sto sognando. Si prendono gioco di me mentre dormo, e mentre il nemico giallo e tarchiato forse striscia silenzioso per piombarci addosso.
Ho mancato al mio dovere, ho tradito la città marmorea di Olathoё, e ho tradito anche Alos, mio amico e comandante. Ma le ombre che infestano i miei sogni continuano a deridermi. Mi dicono che non esiste nessuna Terra di Lomar tranne che nelle mie fantasie notturne, mi ripetono che nei reami dove la Stella Polare risplende alta nel cielo, e la rossa Aldebaran striscia lungo la linea dell’orizzonte, per migliaia di anni non c’è stato nulla oltre il ghiaccio e la neve e mai alcun uomo vi si è spinto, eccetto creature gialle e tarchiate, accecate dal gelo, che chiamano “eschimesi”.
Ora, mentre mi tormento nella mia colpevole agonia, smanioso di salvare la città il cui pericolo cresce da un momento all’altro, senza successo mi sforzo di sottrarmi a questo innaturale sogno di una casa di pietra e mattoni, a meridione di una sinistra palude e di un cimitero che corona una bassa collina.
Nel frattempo la Stella Polare, malvagia e mostruosa, mi spia dall’oscura volta, ammicca odiosamente come un folle occhio vigile che si sforzi di comunicare uno strano messaggio, ma che nulla ricordi se non il fatto che abbia un messaggio da comunicare.
























