Demian

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DEMIAN di Stefano Bertone

Non volevo cercare di vivere se non ciò che proveniva spontaneamente da me stesso. Perché era così difficile?

Con questa frase si apre un libro misteriosamente quasi sconosciuto: Demian. Frutto del cuore e della penna di Herman Hesse, che lo pubblicò sotto pseudonimo nei primi mesi del 1919, è un’opera “sommersa”, dal tempo e dalla produzione del suo demiurgo che il grande pubblico – e spesso anche quello dei suoi estimatori - conosce soprattutto per altri romanzi quali Il Giuoco delle perle di vetro, Il lupo della steppa e quel Siddharta che, perlomeno in Italia, tanto ha spopolato tra una gioventù non sempre pronta a recepirlo.

Demian è il più classico dei Bildungsroman, i “romanzi di formazione” nei quali il protagonista parte da una condizione di sostanziale ignoranza (attenzione, non si parla di accademia: l’ignoranza in questo caso riguarda il sé) e, attraverso un doloroso viaggio a volte fisico e sempre spirituale, raggiunge la maturità della sua natura. In questo caso il giovane (all’inizio del libro ha solo dieci anni) è Emil Sinclair, rampollo di una ricca famiglia che si rende ben presto conto di come il mondo e la vita non siano solo quelli che vede nei suoi genitori; avverte le ombre, le gradazioni di grigio e i contrasti che si celano subito al di là delle convenzioni sociali. Sinclair è curioso, inquieto, e il calore e la sicurezza del modello di vita che gli viene proposto e spacciato per “giusto” crea un doloroso dualismo con l’attrattiva esercitata dal mondo giudicato “proibito”. In questo momento di crisi, di rimorsi e sensi di colpa, il fragile protagonista si imbatte in Kromer, un ragazzo più grande che sfrutta la paura per dominarlo e renderlo una sua vittima. Nel momento di maggior disperazione, quando Sinclair sta ormai precipitando verso la perdizione totale (c’è forse qualcosa di peggio che perdere se stessi e divenire succubi?), appare il deus ex machina: Max Demian. Questi saprà prendere per mano il protagonista e indicargli la strada da percorrere per scoprire la sua vera natura. Il lettore vedrà così crescere Sinclair, nel corpo e nello spirito, lo seguirà nel suo viaggio doloroso e straordinario che si intreccerà con quello di altri personaggi come Eva, Pistorius, Knauer. E gli verrà posto davanti un mondo vero, tangibile, una realtà nascosta soltanto da un velo, ma così pesante da sollevare che per molti è follia il solo pensarci.

Demian è gnosi, nel senso più puro del termine: è Conoscenza. Si può leggere come una bella storia di gioventù, come un racconto fantastico, come un’espressione dell’inquietudine e del disorientamento dei giovani europei sconvolti dalla guerra, ma non è in realtà nulla di tutto questo. L’incomprensione più grande che accompagna questo libro è quella di definirlo, come si legge sovente, “la storia di un giovane combattuto tra il bene e il male”; significa non aver capito nulla. Di bene e male, in Demian, non c’è traccia. E ancor di più non c’è traccia di una lotta del genere; tutt’altro. Ma non sta a chi scrive esplicare il senso del messaggio di quest’opera, perché sarebbe un errore e, soprattutto, una violenza.

La potenza di Demian risiede nel fatto che è un libro interamente riassumibile in due sole frasi. La prima è quella citata in apertura. La seconda è:

L’uccello lotta per uscire dall’uovo. L’uovo è il mondo. Chi vuole nascere deve distruggere un mondo. L’uccello vola verso dio. Il dio si chiama Abraxas.

È difficile da capire. È ancor più lo è farlo davvero. Ma chi lo fa, diventa un uomo libero. Diventa se stesso.

Stefano Bertone

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