Cinnamon di Neil Gaiman
Cinnamon di Neil Gaiman
Traduzione di Stefano Bertone
Cinnamon era una principessa, in un tempo molto lontano, in un paese piccolo e assolato, dove tutto era molto vecchio. I suoi occhi erano perle, che le conferivano una gran bellezza ma allo stesso tempo palesavano la sua cecità. Il suo mondo era fatto del colore delle perle: bianco e rosa pallido, e leggermente iridato.
Cinnamon non parlava.
I suoi genitori, il Rajah e la Rani, offrirono una stanza nel palazzo, un campo di alberi nani di mango, un ritratto della zia della Rani inciso su legno massiccio smaltato e un pappagallo verde a chiunque fosse riuscito a far parlare Cinnamon.
La notizia risuonò per tutto il paese, dalla giungla alle montagne, e raramente si presentava qualcuno nel tentativo di insegnare alla principessa a parlare. Ma a volte qualcuno arrivava: e alloggiava nella stanza del palazzo, coltivava il campi di alberi di mango, dava da mangiare al pappagallo, ammirava il ritratto della zia della Rani (che ai suoi tempi era una bellezza alquanto decantata, anche se ormai era diventata vecchia, burbera e il suo viso smunto era l’emblema del tempo e del disappunto) e alla fine ripartiva frustrato, maledicendo la piccola principessa silenziosa.
Un giorno a palazzo arrivò una tigre. Era enorme, fiera, un incubo nero e arancione che si muoveva come un dio sceso in terra; è così che si muovono le tigri. La gente era atterrita.
- Non c’è niente da temere -, disse il Rajah. - Le tigri mangiauomini sono pochissime.
- Ma io lo sono -, disse la tigre.
La gente rimase sbalordita, anche se questo servì a poco per diminuire il loro terrore.
- Potresti mentire -, disse il Rajah.
- Potrei -, rispose la tigre. -Ma non è così. Veniamo al dunque: sono qui per insegnare a parlare al cucciolo di donna.
Il Rajah si consultò con la Rani e, nonostante le proteste della vecchia zia che suggeriva di cacciarla dalla città con scope e bastoni appuntiti, alla tigre fu mostrata la stanza nel palazzo e ricevette il dipinto smaltato e l’atto di proprietà del campo di manghi. Le avrebbero dato anche il pappagallo se questo non fosse volato gracchiando sulle travi del tetto, dove si piazzò rifiutandosi di tornare giù.
Cinnamon venne introdotta nella stanza della tigre.
- C’era una giovane donna di Riga -, gracchiò il pappagallo dall’alto, - che andò a fare un giro a cavallo di una tigre. Tornarono dalla cavalcata con la donna nella pancia e il sorriso sulla faccia della tigre. (Sono costretto, in nome della correttezza storica e letteraria, a far presente che in realtà il pappagallo citò un’altra poesia, più datata e leggermente più lunga, il cui succo però in definitiva era lo stesso)
- Ecco -, disse la vecchia zia. - Lo sanno perfino gli uccelli.
- Lasciatemi con la ragazza -, disse la tigre.
E, controvoglia, il Rajah, la Rani e la sua vecchia zia con la servitù di palazzo al seguito lasciarono la belva sola con Cinnamon. Questa affondò le piccole dita nella pelliccia dell’animale e ne sentì il respiro caldo sul viso.
La tigre mise una mano di Cinnamon sulla sua zampa.
- Dolore -, disse la tigre, e allungò un artiglio appuntito sul palmo della bambina. Ne punse la pelle, soffice e scura, e apparve una perla di sangue brillante.
Cinnamon mugolò.
- Paura -, disse la tigre, e iniziò a ruggire dapprima così piano che a malapena era udibile, poi passò alle fusa, seguite da un rombo sommesso come quello di un vulcano lontano, e infine ruggì talmente forte da far vibrare le mura del palazzo.
Cinnamon iniziò a tremare.
- Amore -, disse la tigre, e con la sua lingua rossa e ruvida leccò il sangue sul palmo della principessa e il suo visino soffice e scuro.
- Amore? -, sussurrò Cinnamon, con la voce schiva e cupa di chi non l’aveva mai usata.
Allora la tigre aprì la bocca e sorrise come un dio affamato; è così che sorridono le tigri.
C’era la luna piena, quella notte.
Il sole era già alto al mattino, quando la tigre e la bambina uscirono insieme dalla stanza.
I cimbali risuonavano, gli uccellini cantavano festosi, e Cinnamon e la tigre andarono verso la Rani e il Rajah, seduti in fondo alla sala del trono mentre anziani servitori li sventagliavano con fronde di palma. La zia della Rani sedeva in un angolo della stanza, bevendo un tè con cipiglio di biasimo.
- È già in grado di parlare? -, disse la Rani.
- Perché non lo chiedete a lei? -, ruggì la tigre.
- Sai parlare? -, chiese il Rajah.
La bambina annuì.
- Ah! -, gracchiò la zia della Rani. - Non parla meglio di quanto non riesca a leccarsi la schiena!
- Silenzio -, disse il Rajah alla vecchia zia.
- So parlare -, disse Cinnamon. - Credo di averlo sempre saputo fare.
- E allora perché non lo facevi? -, le chiese la madre.
- Non è lei che sta parlando -, bofonchiò la zia della Rani agitando un dito che sembrava uno stecchino. - È la tigre che le mette in bocca la sua voce.
- C’è qualcuno che può far smettere di parlare quella donna, per carità? -, chiese il Rajah ai presenti.
- Presto fatto -, disse la tigre, e si occupò del problema.
Cinnamon disse: - Perché non parlavo? Non avevo nulla da dire.
- E adesso? -, chiese il padre.
- E adesso la tigre mi ha parlato della giungla, del ciarlare chiassoso delle scimmie, dell’odore dell’alba, del sapore del chiaro di luna e del frastuono di uno stormo di fenicotteri che si libra in volo -, disse. - E quello che ho da dire è questo: me ne vado con la tigre.
- Non puoi farlo -, disse il Rajah. - Te lo proibisco.
- È difficile, - disse Cinnamon, - proibire a una tigre di fare ciò che desidera.
Il Rajah e la Rani, dopo una breve consultazione, concordarono che in effetti aveva ragione.
- Oltretutto -, aggiunse la Rani, - lei sarà certamente più felice laggiù.
- Ma che ne faremo della stanza nel palazzo? E della piantagione di manghi? E del pappagallo? E del ritratto della zia della Rani? - chiese il Rajah, che pensava che al mondo ci fosse ancora posto per il senso pratico.
- Dateli al popolo -, rispose la tigre.
Così venne emanato un proclama agli abitanti della città, annunciando loro che erano divenuti orgogliosi possessori di un pappagallo, di un ritratto e di una piantagione di manghi, e che la principessa Cinnamon sapeva parlare ma li avrebbe lasciati per un po’per dedicarsi ulteriormente alla sua istruzione.
Una folla si radunò nella piazza principale della città, e poco dopo si aprì la porta del palazzo che fece uscire la bambina e la tigre. La belva si fece lentamente strada tra la folla con la principessa in groppa, stretta alla sua pelliccia, e presto vennero entrambe ingoiate dalla giungla; è così che se ne va una tigre.
E così alla fine nessuno finì divorato, a parte la vecchia zia della Rani, che venne pian piano sostituita nell’immaginario popolare dal suo ritratto, appeso nella piazza principale, rimanendo così per sempre giovane e bella.
























